Il nostro viaggio in Colombia parte in modo wild addentrandoci nei luoghi più impervi e dimenticati della Colombia. Considerato solo in parte dai turisti, Leticia e la selva è un luogo ancora in contaminato e autentico. Giunti al porto di Leticia dall’aeroporto con un tuck-tuck pranziamo in un mercato locale. Il rudere in apparenza abbandonato è però sede di schiamazzi e urla dei venditori. La situazione, al limite a livello di igiene, non ci spaventa e ci sediamo in un ristorante locale vista mercato dove mangiamo il famoso Pirarucu. Questo pesce amazzonico è un mostro di dimensioni enormi che popola il rio delle amazzoni. La leggenda narra che Pirarucu fosse un guerriero amazzone coraggioso e insolente. Data la sua arroganza il dio Tupa decise di punirlo intimidendolo con piogge torrenziali, fulmini e saette. Il giovane ragazzo si dimostro per nulla intimorito gettando di fatto un guanto di sfida a Tupa. Pirarucu venne quindi trascinato nelle profondità del rio delle amazzoni e trasformato in un pesce temuto e rispettato. Il banchetto è semplice e squisito. Il pesce fritto è come sempre accompagnato da riso e fagioli. Durante questo banchetto iniziamo già a tastare la gentilezza e l’accoglienza che i colombiani ci riserveranno per tutto il viaggio. Ci confrontiamo con la duena che ci racconta la sua vita e i sui ritmi. Sazi ci dirigiamo grazie ad una lancia a Puerto narino dove alloggeremo le prossime due notti. Il paesino è una costituito da casette di legno dei pescatori irraggiungibile via terra. Stanchi ma felici ci dilunghiamo troppo nella scelta dell’alloggio e sottovalutiamo un po come Pirarucu la natura. Ci troviamo infatti in una scuola fuori dal paese quando siamo sorpresi da una pioggia torrenziale. Lontani dal villaggio ma vicini ad un paio di alloggi fuori dal centro abitato prenotiamo una camera in questi lodge nella foresta. L’attesa per che la pioggia smetta è però vana e con l’oscurità ormai giunta decidiamo di andare alla ricerca del nostro ostello. Passiamo per fango e sentieri scoscesi. Mentre la paura inizia ad assalirci una luce ci appare, e ci indica il sentiero. Troviamo il proprietario che ci porta alla nostra abitazione. Non c’è luce abbiamo finito l’acqua e sembriamo un puntino all’interno della natura. Mi sento piccolo e insignificante. I rumori sono grotteschi; i cacciatori notturni si sono svegliati e le prede cantano per intimorire o per incoraggiarsi. E’ un concerto che accompagna la nostra notte nella nostra camera umida e oscura. Svegli all’alba notiamo che la natura ancora non è clemente e la pioggia continua ad abbattersi. La prendiamo con filosofia tra una tazza di caffè e qualche pagina letta. Il pomeriggio ci dirigiamo al lago Tarapoto dove i tanto promessi delfini rosa e grigi non appaiono. Nonostante la pesca di piranha siamo delusi dalle specie che troviamo. Veniamo portati infatti all’interno di una comunità locali che dove anche qui con mia sorpresa riscopro l’importanza del calcio. Nonostante siano case di legno con acqua raccolta dalla pioggia e con nulla il campo da calcio è una parte importante della comunità, simbolo di aggregazione e svago. Torniamo poi a Puerto Narino dove anche qui il calcio ricorre. La finale di coppa america femminile è Brasile Colombia. Lo spettacolo è però nel bar dove la passione è protagonista. La gente insulta grida beve si anima. La partita è pirotecnica e la Colombia purtroppo perde ai rigori. Dopo insulti e segni di disapprovazione il tutto termina con i presenti che con un cenno d’intesa si dicono: “Però habemos disfrutado”. Giungiamo poi in altro bar di gente locale dove oltre al lancio della birra nel prato (al termine di questa) ci spiegano un altro gioco simile alle bocce ma con pietra che viene svolto abitualmente da loro. Torniamo nella nostra abitazione in serata dove le tarantole (che vediamo dietro un albero) e gli altri predatori ci danno il benvenuto. Il terzo giorno ci dirigiamo verso Perù, diviso dalla Colombia dal Rio delle Amazzoni. E’ ora di addentrarci nella selva dove vediamo bradipi, colibri, scimmie, tucani, termiti e una svariata infinità di pesci. Ci proteggiamo delle zanzare con repellenti naturali (con le formiche). Anneghiamo nella flora oltre che nella fuana. La vegetazione è talmente fitta che rimanere soli significherebbe perdersi in un dedalo di vie inaccessibili. Le piante sono altissime e gli alberi vengono spesso soffocati da liane che si avvinghiano sul tronco privandole della luce del sole. E’ un abbraccio mortale, un po’ come quello dell’anaconda che non abbiamo la fortuna di vedere ma che popola l’Amazzonia. La notte potrebbe riservare più sorprese ma dobbiamo tornare a Letizia dove uno spettacolo ci attende puntuale e immancabile alla puesta del sol. Qui un stormi infiniti di uccelli si concentrano tutte le notti nella piazza centrale del paese. Piogge di uccelli animano il luogo, i suoni alti sono tanto potenti e forti da impedirci di parlare. La natura è nell’Amazzonia dominate e avvolgente, ci fa sentire piccoli, impotenti e in balia della sua forza e del suo volere. La sottomissione al volere di Dio, la sua visione fatalista e di accettazione sarà un tema ricorrente del viaggio. Gracias a Dios o Se Dio quiere sono una forma di preghiera e rispetto che credenti e non danno alla natura e alle forze sovraumane. L’egocentrismo europeo stride con il modo di pensare Sud Americano libero dalle pressioni e della aspettative. Come ultima tappa vi è la tres frontera. Punto in cui si incrociano Perù, Brasile e Colombia. Giungiamo quindi a Tabatinga sita in Brasile dove non mi accorgo del cambio dell’ora. Guardando il telefono nella trafficate e fatiscente città temo di aver perso il volo. Preso dall’ansia e fermando un passante scopriamo però che qui si è in anticipo di un’ora. L’unico altro ricordo del Brasile ahimè sono le Hawaianas. Tabating è solo caos e moto che sfrecciano lungo il vialone principale. Nonostante il finale sotto le aspettative lasciamo l’Amazzonia inchinandoci a madre natura e alla sua potenza.

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